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Anul VIII, nr. 1, 1 – 31 ianuarie 2016

ITALIA: Hepatita – este sau nu o problemă a moldovenilor din Padova?

Un articol de Aliona Purci  

hepatitaÎn ultimele decenii, în Italia, epidemiologia hepatitelor virale a suferit o schimbare pozitivă profundă, acest fapt datorându-se mai multor factori determinanți, cum ar fi îmbunătățirea condițiilor de igienă și socio-economice. Cu toate acestea, migrația continuă a persoanelor din țările cu un grad ridicat de boli hepatice a adus în Italia un număr tot mai mare de purtători ai VHB cronice. Studii multicentrice demonstrează că cei mai mulţi migranţi infectaţi vin din Europa de Est. Din acest motiv, de câţiva ani, U.L.S.S. Nr.16 din oraşul Padova, Regiunea Veneto, a elaborat un proiect care vine în întâmpinarea celor care doresc să urmeze acest tip de tratament sau, eventual, să facă toate investigaţiile necesare. Este o oportunitate pentru toţi migranţii de a preveni sau trata hepatita gratuit. Un grup de medici preparaţi, în frunte cu doctorul Salvatore Lobello, stau la dispoziția celor care au grijă de propria sănătate.

Doctorul Lobello ne-a relatat care sunt rezultatele proiectului la momentul dat.

Aliona Purci: Come è nato questo progetto?

Dott. Lobello: Una cosa banale. Noi in Italia, dal 1992, abbiamo la vaccinazione obbligatoria per l’epatite B, che adesso è diventata non più obbligatoria, ma viene comunque suggerita. Per cui i bambini nel primo anno di vita in Italia vengono vaccinati. Siccome nel ’92, quando è cominciata la vaccinazione, siamo andati avanti in modo paritario con i neonati e con quelli che avevono 12 anni fino ad arrivare al 2004, quelli che avevanno 12 anni erano stati vaccinati come neonati, e così siamo andati avanti solo con i neonati. Quindi, allo stato attuale, tutti gli italiani che sono nati dal 1980 in poi sono stati vaccinati. Questo vuol dire che abbiamo un serbatoio di persone vaccinate che non corrono alcun tipo di rischio. I nuovi casi sono le persone più grandi, di terza età, i quali sono meno del 1% della popolazione italiana con la malattia.

La situazione, però, delle persone che arrivano è quella degli italiani prima della vaccinazione. Abbiamo capito che dobbiamo fare qualcosa. Intanto conoscerli e identificarli, perché queste persone vengono da zone dove la vaccinazione non c’è stata o e arrivata dopo, e molti hanno questa infezione da quando erano piccoli e non sanno nemmeno di averla. É un problema. Da una parte si identifica la persona infetta, dall’altra siamo in grado di vaccinare le persone attorno ai malati, che sono anche loro a rischio, e così limitiamo il virus che non si espande più. Questo è il concetto sul quale si basa questo progetto.

A.P.: Quali sono i risultati di questo progetto e qual è la situazione della comunità moldava in questo contesto?

Dott. Lobello: Su un campione di 650 persone, più di 120 sono state di nazionalità moldava. L’età media di queste persone è di 40 anni. Come previsto, abbiamo 7% circa di positivi per l’epatite B. Abbiamo trovato anche 4 persone positive con l’epatite C, che sembrano poche, ma in realtà sono circa 3,5-4%, il che vuol dire una percentuale significativa.

Intanto vogliamo andare avanti con questo progetto, ma in realtà non abbiamo trovato finora una grande reciprocità tra le comunità. La cosa importante che devo dire è che tra le persone che sono state trovate positive, su quel 7 %, un terzo non sapevano di avere la malattia. Per questo motivo abbiamo veramente bisogno di un coinvolgimento maggiore dell’ intera comunità. Prima si deve capire che non è una cosa negativa scoprire di essere malato. Una cosa che può succedere quando si scopre che una persona è malata è che viene subito curata gratuitamente. Le persone che hanno fatto il test e sono state trovate positive hanno ricevuto subito una esenzione, attraverso la quale quasi la totalità degli esami che devono essere fatti sono gratuiti, il che vuol dire quasi 4500 euro all’anno per un malato.

Quindi, il nostro grande problema è come poter coinvolgere la popolazione, perché noi siamo sicuri che se facessimo un test tra le persone dell’ Est Europa, non particolarmente su moldavi, ma in generale, parliamo di Romania, Bielorussia, Ucraina, e se avessimo un campione di circa 800-900 persone, già avremmo un campione significativo. Io le posso dire, che per quello che risultava dal registro ULSS 16 di Padova, più di della metà dei 40.000 stranieri registrati sono dell’ Est Europa. Noi siamo sicuri che tra quelle 20.000 persone, 1300-1400 abbiano il virus B, che per quelli che sono malati porta cirosi, cancro al fegato, sopratutto per quelli che non sanno e ci bevono sopra. Un terzo dei pazienti trovati positivi hanno anche un’ attività di malattia, altri 2/3 hanno solo bisogno di essere controllati. Quindi abbiamo bisogno veramente di sensibilizzare le persone, perché molte di loro potrebbero essere infette e non saperlo.

A.P.: Sono state rilevate altre malattie oltre al virus dell’epatite?

Dott. Lobello: Noi abbiamo cercato il virus B e il virus C, poi ovviamente le persone positive sono state controllate per tutto, ma non abbiamo trovato altri virus. C’è invece una cosa molto importante. Esiste un altro virus epatitico che si chiama virus Delta, o virus D. Questo virus è un virus difettivo, perchè da solo non può vivere, ha bisogno della presenza del virus B. Le persone positive con il virus B vengono anche controllate per il virus Delta. Devo dire che, per esempio, in Romania c’è un grosso impatto della presenza anche del virus D. Lì, con i studi fatti sul territorio, arriva addirittura ad essere oltre il 20 % delle persone che sono positive per il virus B.. Noi ne stiamo trovando qualcuno che ha anche questo doppio virus, in una percentuale piccola dei casi. Questo vuol dire che un caso su cinque dei malati con virus B ha anche il secondo virus D. Con i moldavi è stato molto inferiore, però è presente.

A.P.: Cosa si può fare per mobilizzare di più la gente?

Dott. Lobello: Credo che la gente non ha colto l’importanza di questo problema. Abbiamo bisogno di spiegare a loro queste cose, più che altro abbiamo bisogno di gente della stessa comunità che riesca a trasmettere un messaggio importante, altrimenti la cosa si ferma, ed è bruttissimo. Noi da allora abbiamo dato la nostra disponibilità e, insieme alle persone della comunità moldava, abbiamo iniziato un bel lavoro, ma purtroppo sono pochi quelli che capiscono la situazione.

Bisogna spiegare alla gente che fare lo screening è importante per identificare le persone infette, per poter poi fare la diagnosi e i trattamenti necessari e di vaccinare le persone intorno, da una parte prevenendo l’espansione della malattia attraverso il vaccino e dall’ altra facendo la prevenzione secondaria che significa curare prima che si diventi grave. Le due cose insieme portano a una soluzione importante e in giro di dieci anni possiamo cambiare sicuramente la situazione nella nostra zona.

Aliona Purci, Padova

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